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Approfondimento: FORMAZIONE MANAGERIALE, CUI PRODEST?

Scarse disponibilità economiche e logiche aziendali rivedibili rendono la formazione nelle aziende una realtà talvolta opposta alle reali esigenze del mercato e del lavoratore.

I centri economici di questo Paese, in particolare Milano e aree limitrofe, insistono ormai da tempo sulla formazione manageriale nelle aziende: uno strumento che dovrebbe essere propedeutico, per chi ha competenze organizzative o ha a che fare con risorse, ad avere uno sguardo più ampio sul lavoro individuale e di gruppo.

La cultura aziendale di quest’ultimo decennio ci ha fatto interiorizzare l’idea che uno dei capisaldi per il funzionamento armonico dell’organigramma aziendale sia la valorizzazione del singolo lavoratore, unico nelle sue qualità e nella sua autonomia decisionale: le brochure che pubblicizzano le offerte formative sono nella maggior parte dei casi focalizzate sulla centralità della persona, a partire dalla sua specificità.

I due focus attorno al quale gravita la formazione manageriale sono, in linea generale, il mercato e il lavoratore. Da una parte il mercato fornisce le linee orientative affinché un simile percorso abbia motivo d’esistere (come, ad esempio, la digitalizzazione del lavoro); dall’altra il lavoratore, essendo il fruitore a cui è diretto il servizio, ha la necessità di essere su tale lunghezza d’onda. La domanda che sorge legittima per cui è: sono due facce della stessa medaglia? O meglio, l’attuale tipologia di formazione manageriale è congruente a queste due esigenze?

Innanzitutto è bene distinguere tra formazione tecnica afferente al ruolo ricoperto e formazione rispetto alle competenze trasversali. La prima in linea generale sembra patire, in questo paese, una difficile conversione ai reali cambiamenti nelle “mansioni” richieste: la – spesso non pervenuta - trasformazione del marketing in digital marketing è un palese esempio di come l’approccio rimanga ancorato a logiche sorpassate. La seconda, invece, figlia di una certa «cultura americana» dell’ultimo ventennio si riferisce a quell’insieme di qualità non riconducibili solamente alla professione svolta, ma anche alle caratteristiche della singola persona, correlate solo in seconda battuta alla funzione.

In particolare, proprio dagli States si è in questi ultimi anni delineata una tendenza all’approfondimento e allo sviluppo, anche in ambito lavorativo, della cosiddetta «intelligenza emotiva», ovvero la capacità di essere in grado di gestire le proprie emozioni, di controllarle ed esprimerle in modo appropriato ed efficace. La finalità di questo metodo è quella di “ottimizzare” le reali capacità della singola persona, per canalizzarle verso gli obiettivi aziendali. Molti articoli e libri, oggigiorno, riportano il caso di imprenditori che si sono avvalsi di questa euristica, come l’americana Colleen Stanley. Questo, forse, è un sentiero che si potrebbe battere anche da noi.

Anche Milano, nonostante sia uno dei baricentri economici di questo paese, mostra alcune lacune in questo ambito: i fondi che vengono utilizzati – e per i quali, tra l’altro, la Lombardia risulta essere tra le più virtuose – a volte non sono tali da consentire la presenza di un docente qualificato e disponibile per corsi realmente utili al lavoratore. Forse l’idea che ancora soggiace questo tipo di servizi è quella di un plus trascurabile o fine a sé stesso?

Il ritratto che ne esce è dunque quello di un disallineamento tra le esigenze del mercato attuale e le effettive proposte presenti sul campo. Per cambiarlo occorrono, probabilmente, due accorgimenti: il primo è una parte destruens, che metta fine a un tipo di formazione nei fatti non molto funzionale. Il secondo è che la parte costruens inauguri un nuovo capitolo, nella quale i corsi di formazione, pur nei limiti economici che ci competono, risultino effettivamente finalizzati al motivo per il quale sono state introdotte: dare al lavoratore le competenze che servono nel più ampio contesto di un mercato del lavoro oggi più che mai mutato, permettendogli di crescere e di esprimere le proprie potenzialità.

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