I Percorsi della Comunicazione: La comunicazione “non violenta”

Con la Comunicazione “non Violenta” continuiamo il nostro viaggio nel mondo della comunicazione. Nei precedenti incontri abbiamo parlato di:

La Comunicazione non Violenta

Un modo di esprimerci verso l’altro e verso noi stessi sviluppato da Marshall P. Rosenberg a partire dagli anni ’60.

La qualità del nostro modo di comunicare determina la qualità delle nostre relazioni. I fattori emotivi influenzano il pensiero e l’agire razionale.

L’impianto teorico della Comunicazione non violenta si basa sui concetti di empatia e di compassione (“compassion” declinato nel significato anglosassone) appartenenti a tutti gli esseri umani.

Le persone ricorrono alla violenza o a comportamenti nocivi per gli altri solo quando non conoscono strategie più efficaci per soddisfare i bisogni.

La CNV viene insegnata come un processo di comunicazione interpersonale concepito per migliorare la “relazione empatica” con gli altri.

Il concetto di violenza

A volte non riconosciamo di essere violenti perché crediamo che la violenza consista solo in: lotte, uccisioni, aggressioni, guerre; tutte cose che la persona “normodotata e sensata” di solito non fa.

Possiamo distinguere la violenza in:

  • Fisica, ovvero forza fisica
  • Passiva, ovvero ferite emotive, (che tende ad alimentare rabbia in chi la subisce e spesso poi genera la violenza fisica.

Qualcuno diceva “Come possiamo estinguere un fuoco se non spegniamo il combustibile che lo alimenta?”

Dedicare attenzione durante la nostra comunicazione, affinché risulti non violenta, non vuole dire sentirsi docili e/o arrendevoli, ma significa essere capaci di adottare un atteggiamento positivo in sostituzione a tutti quegli atteggiamenti che, mossi dalla paura, dal senso di colpa, dalla vergogna, ci sopraffanno. 

L’importanza dell’utilizzo delle parole

“Le parole sono finestre oppure muri” (Marshall P. Rosenberg)

Perché assumono così tanta importanza? La scelta delle parole verso gli altri, determina il nostro modo di porci, attribuendo valore e significato alla nostra comunicazione e quindi alla qualità delle nostre relazioni.

Tendiamo a dire che il mondo di oggi è spietato e che se si vuole sopravvivere dobbiamo adeguarci a questo stato; ma la riflessione che ci può nascere spontanea è che questo mondo è “esattamente come lo abbiamo creato noi”.

Partire da noi stessi per agire un cambiamento

“A meno che non diventiamo noi stessi il cambiamento che vorremmo vedere nel mondo, nessun cambiamento avverrà mai” (Ghandi)

Vero! Partire da noi stessi per agire un cambiamento e questo cambiamento inizia principalmente con un cambiamento nel linguaggio e nella comunicazione.

Un cambiamento anche di paradigma, dalla violenza implicita a volte nelle nostre parole, anche inconsapevolmente, alla capacità empatica delle espressioni verbali nel nostro linguaggio, prima di tutto verso noi stessi.

La comunicazione non violenta (CNV) o comunicazione empatica

La CNV si basa su abilità di linguaggio e di comunicazione che rafforzano la nostra capacità di mantenere un linguaggio “non violento”, umano, anche in condizioni difficili. Non esprime concetti nuovi, ma vuole solo ricordarci di tornare ad attingere a quei “valori umani” integrati nella nostra persona.

L’invito della CNV è ritornare a pensare al mondo in cui esprimiamo noi stessi ed al modo in cui ascoltiamo gli altri. Le nostre parole, invece di limitarsi ad essere reazioni automatiche e routinarie, devono diventare risposte coscienti, basate sulla solida consapevolezza di ciò che percepiamo, sentiamo e vogliamo.

Un Percorso di esplorazione

La comunicazione non violenta è un percorso di esplorazione composto da quattro componenti:

  1. Osservazione: CHE COSA VEDO, imparare ad agire questa osservazione senza giudizio o valutazione, ma essere capaci di esprimersi su ciò che gli altri fanno in termini di piacere o meno; 
  2. Sentimenti: CHE COSA SENTO, riuscire a dare un nome a ciò che sentiamo quando stiamo osservando, allenare ed allargare la nostra alfabetizzazione emozionale;
  3. Bisogni: DI COSA HO BISOGNO, imparare a riconoscere i nostri bisogni, i nostri valori, i nostri desideri che sono strettamente collegati ai sentimenti;
  4. Richieste: CHE COSA CHIEDERE E NON PRETENDERE, imparare ad esprimersi assecondando ciò che desideriamo in forma di richiesta e non di pretesa, in stretta connessione con i sentimenti dell’altro.

Forme di comunicazione

“Modo violento” = modo di ferire l’altro e anche noi stessi

Alcune forme di comunicazione che contribuiscono al nostro modo violento di comportarci verso noi stessi e verso gli altri sono:

GIUDIZI MORALISTICI

esprimere una valutazione sul comportamento degli altri permettendosi di decidere chi è buono o cattivo, chi normale o anormale, chi responsabile o irresponsabile, insinuando l’idea del torto o della cattiveria dell’altro. Un giudizio moralistico è diverso da un giudizio di valore, il primo esprime una valutazione sulla persona e sul comportamento, il secondo è una valutazione soggettiva perché il valore viene attribuito sulla base delle sensazioni di piacere, dispiacere, se è bello, se è gradito; ma è anche la capacità di capire i valori sostanziali delle cose, di saper giudicare se una cosa è positiva o negativa, se conta o è insignificante.

Alcuni tipi di giudizi: incolpare, insultare, umiliare, etichettare, criticare, fare paragoni, diagnosticare.

Esempi:

  1. La mia compagna vuole più affetto è dipendente e piena di esigenze
  2. Io voglio più affetto, allora lei è distaccata ed insensibile
  3. Un nostro collega si cura più dei dettagli rispetto a noi, lui è puntiglioso e nevrotico
  4. Noi ci curiamo più dei dettagli di un nostro collega, allora lui è sbadato e disorganizzato
FARE PARAGONI

nel confronto ci sarà sempre qualcuno che ne uscirà vincente ed uno perdente, non è una forma di crescita per nessuno anche per quello che ne esce vincitore, perché non aggiunge nulla, noi non siamo la copia di nessuno. Ogni persona è unica e speciale; confrontarsi è un modo per credersi di essere migliori, quando in realtà siamo diversi, l’uno dall’altro.

NEGARE LE PROPRIE RESPONSABILITÀ

il potere di scegliere è il potere di assumersi la responsabilità dei propri pensieri, dei propri sentimenti e delle proprie azioni. Il vero cambiamento inizia quando diventiamo consapevoli che tutto dipende dal nostro modo di porci verso le cose, i fatti, le persone, dal nostro atteggiamento mentale sarà banale e scontato ma negare le responsabilità è negarsi la possibilità di decidere consapevolmente.

COMUNICARE I PROPRI DESIDERI NELLA FORMA DI PRETESE ANZICHÉ DI RICHIESTA

esprimere un proprio desiderio in forma di pretesa significa pensare di meritare che questo venga esaudito; richiedere qualcosa in forma di pretesa, implicita o esplicita, sottende sempre un effettivo o presunto diritto, quindi tende a minacciare coloro a cui è rivolta, i quali saranno puniti, con sensi di colpa, o altro, se non si conformano ad essa. Nella nostra cultura è una forma di comunicazione assai diffusa soprattutto in coloro che detengono l’autorità. 

MERITARE

parlare e pensare nei termini di “chi merita che cosa”, presuppone una valutazione sul comportamento, pertanto se le persone non si comportano in un certo modo, se sono mossi dalla “cattiveria” verrà richiesta una punizione, affinché esse si pentano e cambino il loro comportamento. Sarebbe costruttivo invece che le persone cambino non per evitare una punizione, ma perché si accorgono di poter beneficiare di quel cambiamento.

Comportamenti e comunicazione disfunzionali come quelli descritti, se agiti in azienda si rivelano nocivi anche in termini di produttività.

Se risconti alcune di queste dinamiche contattaci per avere supporto attraverso percorsi di formazione manageriale in ambito soft skill o attraverso interventi organizzativi volti a valutare il clima in azienda.

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